mercoledì 21 marzo 2018 alle ore 20.45 presso La Bottega del Tempo Libero, 15a Conferenza a cura del Comitato per le Celebrazioni del Centenario della Grande Guerra.

Andrea Fontanesi, curatore e docente della serata, racconta come l’assenza di molti uomini chiamati a combattere contro l’esercito austro-ungarico provocò delle conseguenze molto pesanti a livello economico e sociale. La gran parte dei nuclei famigliari erano di origine contadina, legati alle consuetudini e alle tradizioni di un tempo: i membri maschili avevano il compito di lavorare fuori dalle mura domestiche mentre le donne eseguivano le proprie mansioni all’interno, accudendo i figli e sbrigando le faccende di tutti i giorni. Le cose non erano molto diverse nemmeno per le famiglie “operaie” dove l’unica differenza era l’impiego degli uomini nelle fabbriche anziché nei campi. Una situazione che mutò profondamente nel 1915. I posti di molti contadini ed operai furono lasciati vuoti e vennero coperti da chi era restato e non sarebbe mai stato chiamato al fronte: le donne. Si trattò di un momento molto importante per la storia sociale del Paese. Il loro ruolo, per la prima volta, passò da “angelo del focolare domestico” a membro attivo dell’economia e della società collettiva.

Non che le donne fossero del tutto nuove a questo tipo di esperienza: molte di loro erano già abituate a contribuire al lavoro nei campi mentre, a livello industriale, la loro presenza era già stata registrata nel settore tessile. Ma adesso il loro numero era aumentato considerevolmente e furono presenti in settori del tutto nuovi come la metallurgia (riconvertita alle esigenze belliche), la meccanica, i trasporti e mansioni di tipo amministrativo. Ovviamente questo processo non fu indolore: non essendo state previste delle divisioni del lavoro, le donne erano obbligate a compiere gli stessi lavori dei colleghi maschi, anche quelli più pesanti. Nei campi era necessario spostare i covoni di fieno o i sacchi di grano, accudire il bestiame e utilizzare tutte le macchine agricole. Allo stesso modo all’interno delle fabbriche dovevano essere sollevati pesi non indifferenti e compiuti gesti ripetitivi e meccanici.

A questa sorta di “emancipazione” lavorativa non corrispose però una maggiore libertà a livello personale: nonostante l’assenza degli elementi maschili in età arruolabile, spesso nelle case rimanevano gli anziani i quali, come da tradizione, continuavano ad esercitare il loro ruolo autoritario all’interno della famiglia. Inoltre non mancavano diffidenze e gli atteggiamenti di rifiuto da parte dei moralisti e tradizionalisti: “Nelle fabbriche metalmeccaniche la presenza femminile era talvolta avvertita, specialmente dai vecchi operai, come un sovvertimento dell’ordine naturale e un attentato alla moralità.” (Antonio Gibelli, “La Grande Guerra degli Italiani”, BUR, Milano, 2009, p. 193). Un modo di pensare che peggiorò col tempo, quando le ragazze più giovani, sempre più spesso, si spostarono dalla loro casa per trovare un’occupazione.

21 Marzo, Volantino Invito